Lezioni di Scrittura Creativa
L’esca letteraria
Qual è la lezione di scrittura più controversa ma anche utile oggi, se vogliamo che un brano scritto nasca, si sviluppi e divenga racconto?
Vorrei indicare, con molta libertà e un po’ di fiuto, alcune direzioni più adatte per trovare attenzione in chi legge. Il lettore di un racconto - che può anche essere una cronaca attraente, un resoconto da ricercatore sbalorditivo o un travaso di emozioni pittorescamente disegnate - deve staccarsi più che può dalla quotidianità corrente per entrare in questa “giornata speciale”, in quest’ora preziosa per la nostra curiosità d’apprendere.
Le componenti, almeno quelle dei nostri giorni? Una capacità evocativa condensata in poche righe: ci deve essere qualcosa di misteriosamente universale e un po’ dimenticato nell’ incipit. Segue il profilo di un personaggio o due o più, tracciato col minor numero di parole, insomma bisogna intravedere immediatamente il carattere primario, con difetti e pregi, di queste figure.
Poi viene l’azione, che può essere anche l’immobilità mentale, e cioè senza dinamismo, ma forte dell’attesa del lettore. Insomma questa è la rete per catturarlo. Quindi l’azione deve, ferma o sfrenata, incerta o perforante, ammaliare in poche frasi.
L’esca è non lasciare a chi legge il gusto di interessarsi alle altre cose che ognuno ha da fare ogni giorno, necessarie o meno che siano.
Di che cosa deve comporsi l’esca, se vogliamo chiamarla così, per cercare di pescare all’amo il lettore come detto sopra? Qui è l’arte del pescatore. Difficile condensarla in poche righe, ma qualcosa si può tentare di elencare: qualche ingrediente che dia immediatamente al racconto questa magica sostanza.
Ecco una piccola ricetta: pochi aggettivi, frasi non lunghe, senso musicale delle parole con attenzione ad evitare la cacofonia, senso del respiro rispettato in chi legge, convinzione in chi scrive di raccontare qualcosa che lo appassioni, e specialmente non insegnare sotto sotto, ma entrare nel racconto come in una impercettibile danza con un ritmo da noi diretto. Provate. A presto.
S. Nievo
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Il colpo di scena
Dopo l’incipit del libro, il colpo di scena è la morsa che non solo attanaglia ma rovescia il lettore - in due o tre momenti del racconto - e provoca nella vicenda un capovolgimento che rimette in gioco la vicenda stessa o almeno il suo corso per come già delineato.
E’ necessario? Dipende, ma certo galvanizza l’insieme seppur non si può farlo più di una volta o due al massimo se il racconto è lungo. In qualche raro caso il colpo di scena si ripete di più e diventa una storia nella storia, ma è difficile tenerlo in mano e può scombussolare la visione d’insieme.
Il colpo di scena è come una ferita che deve rispettare la vitalità della storia. Il migliore è quello unico, essendo un marchingegno nella vicenda scritta. Ad ogni modo l’importante è che non lo si aspetti, da parte del lettore.
Le forze maggiori che dirigono il colpo di scena e il suo effetto sono da ricercarsi in queste radici:
- agnizione
- forte trauma fisico o morte
- tradimento in un sentimento primario.
Naturalmente il colpo di scena può avere anche altre origini. Più è inatteso e improbabile, ma anche configurabile per semplicità e coerenza di narrazione, più riesce.
Per scandagliare in questo effetto, è bene ricordare che il lettore mentre legge si costruisce idealmente un suo libro parallelo che in definitiva è quello che conta: questo deve danzare col testo originale quasi formassero una coppia ideale. Il colpo di scena è la rottura di tale danza. Il narratore che lo provoca è bene che abbia le carte in regola per farlo, onde renderlo, nella fortuna e nella sfortuna che provoca, non troppo traumatico per la considerazione del lettore. Non deve specialmente provocare perdita della simpatia che costui nutre già verso la vicenda.
Nel fondo il libro è in definitiva proprio questa danza e il mutamento di ritmo non deve scardinarne andatura e disegno profondi. Per considerarlo in altro modo bisogna ricordare che nella vita di ognuno di noi il colpo di scena non è generalmente amato. Turba il tran tran a cui siamo abituati e scuote la nostra serenità, qualsiasi essa sia.
Ma è anche lo squillo dell’avventura e preso con un po’ di filosofia può costituire un’iniezione salutare per scuotere la ripetitività rassicurante ma un po’ noiosa della vita. Nella realtà è un mutamento che non piace molto. Diverso è l’effetto in un romanzo. Ma anche qui, deve scatenare più curiosità profonda che stravolgimento esteriore. Spesso leggiamo volentieri un romanzo che ci scuote nella sua evidenza ma non ci turba la vita.
S. Nievo
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Il racconto
Quando si scrive un racconto, dove si immagina che si svolga?
A parte il protagonista o il sentimento che in qualche modo colora la scena, che caratteristiche deve avere l’ambiente, lo scenario e in quante parole, frasi, righe, è bene pennellarlo?
Naturalmente non c’è una razione esemplare per quanto elastica, ma c’è la capacità di trasferire immediatamente al lettore quel che si vuole: paesaggio, mistero, tempesta, assolata città, stato del mare. Ai nostri giorni è bene, senza fretta, fare in fretta. E’ bene sentire addosso, riga per riga, che qualcosa di sorprendente sta per apparire nell’immobilità del luogo o nella sua vertiginosa atmosfera. Ci deve essere qualcosa che istintivamente, e senza rilassatezza o psicologismi personali o diaristici, sta per apparire. Senza anticipare qualcosa di preciso, specialmente senza far capire quel che avverrà, ma che qualcosa sta per accadere e questo qualcosa non è uno scherzo da poco, un evento reale, o immaginario o singolare che sia. E’ il ritmo che deve accompagnarci, anche la pausa e la stasi fanno parte del ritmo, dipingere un dettaglio che ferma la nostra attenzione mentre tutto corre via è un’arte, piace, ma senza trascinarsi, in testa bisogna avere l’animo di chi legge e qui è la vera arte.
Ma i paesaggi, gli interni, come possono piacere con una certa sicurezza? Scrivendone in poche ma non pochissime righe, con pochi aggettivi e lucidi punti. Per un castello bastano sei righe che raccontano seicento anni di storia, due torri e tre giri di mura. Per una casa qualcosa di meno, con un’atmosfera interna e intima che dà la caratteristica dell’ambiente, stanza più o stanza meno, ma che ci offra il senso del luogo, deciso, anche se talora nebuloso. Ho scoperto che per raccontare queste cose è bene andare in un ambiente, o prendere una foto, o un quadro, che li mostra. E poi mettersi a “parlare” con mobili, suppellettili o elementi vistosi del posto stesso, facendone una brevissima critica, confessando la nostra simpatia o distacco da quel che sono, per come sono disposti. Questo deve essere l’ambiente che ci circonda, di volta in volta, quando lo si racconta. Non siate prolissi, non innamoratevi di frasi piacevoli e ad effetto. E’ bene ricordare che è soltanto la scena questa, i protagonisti devono ancora giungere, e fossero pure fantasmi è bene far sentire la loro eco, in qualche modo. Insomma è l’aperitivo. Poi comincia il pranzo. Ma questa è un’altra storia.
Provate intanto a raccontare in mezza pagina, 12 – 15 righe, un ambiente per il vostro protagonista che non è ancora giunto. Squallido o affascinante, deserto o caleidoscopico, lo scenario deve essere pronto quando arriva.
S. Nievo
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I confini della scrittura
I confini della scrittura per un narratore sono certamente il disegno esteriore che deve essere ben curato, per aver l’effetto che si cerca. E’ un po’ come il sorriso che si dedica ad una persona: può essere deciso, sospeso, insinuante, ma anche gelido o traboccante.
Esprime l’animo dell’autore. Ma ha valore ben diverso come effetto. Ugual cosa per i confini ( il sorriso è il confine della partecipazione affettiva, amorosa di una persona) della scrittura. Bisogna aggiungere un’altra cosa, una differenza: il sorriso si costruisce con pochi muscoli facciali e l’intensità dello sguardo, immediatamente. Mentre il confine della scrittura può essere studiato con cura più meditata, particolare.
I confini di un racconto, sia nella trama che nel disegno, interconnessi come ordito e trama d’un tessuto - meglio di un abito confezionato per un determinato scopo o evento - debbono essere rigorosamente sani. Senza ferite che dissanguino o alterino la funzione, pur se questa è talvolta esposta, toccando limiti dove buon senso e ragionevolezza cedono ai legittimi sbocchi passionali o emotivi, di carattere immaginativo ma sempre legati alla “consequentia rerum”.
Lo scrittore parte come cronista - più o meno fantasioso - della vita e dell’evoluzione della vita nel pensiero, con larghe possibilità d’irruzione nel “mistero” e d’invenzione oltre il confine del “conosciuto”. La sua libertà è legata soltanto alla capacità armoniosamente emotiva del risultato. Slegato da legami conformisti, un narratore è portatore di dubbi ed enigmi del proprio esistere. Ma soprattutto è un inventore che deve appassionare al risultato i suoi lettori. E perciò deve trascinarli lungo i nuovi confini che lui determina con capace immediatezza.
E’ bene ricordare che se un racconto “salta, sbraga, scoppia”, il lettore fa l’opposto: “si blocca, serra il libro, e serra se stesso”. Risultato: addio lettura.
Perciò, nell’invenzione che lo rende libero, il narratore deve essere come spesso è una bella donna: seducente. Con qualcosa che ad una bella donna non è sempre richiesto: un bel po’ di coraggio.
Comunque, le uniche regole che uno scrittore è tenuto a rispettare sono qualcosa di più, sono le norme che lui stesso cerca e quindi fissa, sentendole necessarie nel suo mondo particolare, minuscolo che sia. Cioè il testo letterario che prepara.
Questa è la grande avventura dello scrittore: preparare e offrire nuove regole che siano applicabili accanto a quelle già conosciute, di sintassi e gusto linguistico.
E’ un modo di vitalizzare la lingua, anche se bisogna stare attenti ai confini, a non esagerare dando licenza a ciò che non corrisponde a uno dei nascosti - e sono tanti - sentieri dove si può affacciare la società in continua evoluzione, e l’individuo in continua ricerca.
Saranno i lettori a dire, alla prova di fatti, se il narratore aveva ragione.
S. Nievo
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Aldilà
"Che cosa sta succedendo?"
"Entriamo nella regione dei sentimenti, la tua mente, abitudinaria, passerà con qualche fatica i grandi fiumi che ci condurranno alle rive del mistero."
"Si incamminarono nella luminosità senza più abbagli. Davanti si alzava una foresta dai riflessi solari, dove un sentiero punteggiato da fioriture di straordinaria bellezza formava corone di colori ammalianti.
Il viaggio andava rivelando le sue regioni".
Da Aldilà - ed. Marsilio (cap. 6, pag. 41).
Ecco un brano del mio ultimo libro: è la corsa di un uomo il cui cuore si è fermato, in un suo “Aldila’” che probabilmente è legato alla funzionalità del cervello nei primi minuti dopo l’arresto cardiaco. E’ la morte, nel senso sordo della parola, o è l’inizio di una nuova sensibilità non al consueto limite corporale che la scienza – più o meno spaziando ai suoi estremi vertici – ci ha rivelato anche senza assiomi definiti?
Questo è il tema del mio libro che penso possa interessare, almeno come riflessione, la nostra attenzione.
Ma questa è una lezione di scrittura creativa (e quale creatività libera più forte del meditare e ricercare questi momenti estremi?) e vorrei esaminare soltanto la chiave della pag. 41, sette righe del racconto.
Perché questo esame? Perché un libro è fatto di un suo tessuto, dove linguaggio e pensiero, avventura e novella sensibile, ci danno il paesaggio in cui ci inoltriamo col lettore. Paesaggi piccoli e sterminati, continentali, ma sempre attraverso vie e direzioni molto particolari, singolari, dove la penna dello scrittore traccia il percorso.
Il mio “Aldilà” si muove nella regione dei sentimenti che è un ottima riserva per un narratore. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma la reazione del lettore deve essere pronta, curiosità e indirizzo dell’avventura devono trovarlo affamato di quel che è scritto, e offerto perciò come piatto di immediata portata, per soddisfarne l’appetito. Questo è scrivere. Senza esagerare o passare troppo velocemente o - all’opposto – elucubrativamente nel passo scritto, raccontato. Un libro si forma in mille passaggi simili con una sua musicalità silenziosa ma attiva.
“La tua mente, abitudinaria, passerà con qualche fatica i grandi fiumi che ci condurranno alle rive del mistero”.
Il panorama si annuncia e in poche parole si allarga nella foresta mentale più bella, il mistero. E’ qui che immaginazione, cultura, scienza e spirito, si trovano di fronte alla grande prospettiva.
Un libro non deve avere molti di questi spunti, o almeno li deve sviluppare in forma attraente, fascinosa, progressiva. Anche in “Aldilà” c’è questo tentativo.
Proseguiamo: “S’incamminarono... davanti si alzava una foresta.... Il viaggio andava rivelando ….”
E’ importante, addentrandosi in un libro–viaggio, dare il senso, per quanto su panorami fantastici, di dove stiamo giungendo.
E’ questo, lo dico di nuovo, l’appetito che ci spinge a divorare le righe del libro.
Ecco una lezione, più di attrazione fantasiosa e sensuale assieme, di un luogo che vogliamo attraversare. E il profumo delle righe deve sposarsi all’avventura. Allora il piatto è servito e possiamo gustarci un momento della vita, anche nell’aldilà.
S. Nievo
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Le radici della Poesia
Vorrei cercare, in un viaggio interno e un po’ fantastico, la radice della poesia o almeno una delle radici.
L’uomo - come organismo di questo pianeta - nel planetario di una stella di media grandezza è una scimmia di media-grande dimensione, dal cervello acutamente sviluppato. Questo organo è fatto a somiglianza del cosmo. Almeno 100.000 miliardi di sistemi planetari simili sono presenti attorno, da almeno 10-15 miliardi di anni. Queste le proporzioni temporali e spaziali dove siamo. Niente male vero? Comunque, non siamo un caso unico di intelligenza e sensibilità che ha a sua disposizione un organo interno atto alla grande serie di decisioni che il cervello crea e prende. In fondo a questo immenso affresco di vita gassosa, liquida e solida, l’uomo ha creato non solo un linguaggio, ma il racconto che ne è la storia, di volta in volta diversa e, aldilà, la forma, tra linguaggio, spirito e musica: la poesia. Che sta tra armonia e follia, tra suono e libertà con riferimento alle forme più suadenti dello spirito.
Probabilmente in altri mondi come nel nostro questo è l’impulso maggiore che un essere ragionevolmente simile all’uomo possiede per esprimere, individualmente, la libertà del pensiero e il canto della vita.
anche nell’aldilà.
S. Nievo
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