Una Famiglia Letteraria
"Il Castello di Colloredo possiede quella particolare atmosfera magica che sembra infondere la facilità narrativa, la creatività letteraria. I testi di questi tre habitatores del Castello qui raccolti rappresentano un eccezionale fenomeno della narrativa italiana."
Così, nella quarta di copertina del volume “I tre cantastorie del Castello”, curato da Mariarosa Santiloni, l’editore Paolo Gaspari sintetizza la storia di tre autori – Ermes di Colloredo, Ippolito Nievo e Stanislao Nievo – esponenti di una straordinaria famiglia letteraria che ne annovera cinque in cinque secoli.
Tutto ha inizio dal Castello che, come un libro, nasce prima nel pensiero di Guglielmo di Mels e prende vita poi sul foglio di Licenza con cui, il 4 dicembre 1302, il Patriarca di Aquileia, Ottobono dei Razzi, concede il permesso di costruzione.
Dal capostipite discendono tre linee familiari, che portano il predicato di Colloredo, dalla linea principale gli scrittori.
Il primo, Erasmo di Valvasone, poeta, nasce nel 1523 da Giulia di Colloredo. Delle sue opere ricordiamo "La caccia" - trattato in versi che ebbe successo e critiche lusinghiere anche dal Tasso - e "L’Angeleide", poema a cui si ispirò, tra gli altri, il poeta inglese J.Milton per "Paradiso perduto".
Nel 1599 viene alla luce, da Ginevra di Colloredo, Ciro di Pers anche lui poeta e Cavaliere di Malta. Nelle sue rime, lo slancio maggiore si esprime nei sonetti, in certi raffinati canti amorosi e nelle canzoni civili tra cui spicca "Italia calamitosa".
Cugino di Ciro, nel 1622 nasce Ermes di Colloredo - l’unico nato nel Castello - poeta che scrive nella lingua degli affetti. Signore gaudente, traspone il suo spirito in versi burleschi e asprigni di grande successo e con la poesia conferisce alla lingua friulana dignità letteraria.
Quasi due secoli dopo, nel 1831, è la volta di Ippolito Nievo, scrittore soprattutto e poeta, eroe garibaldino, che prende il nome dalla nonna materna Ippolita di Colloredo. È lui a rendere il Castello immortale con le indimenticabili pagine delle "Confessioni di un italiano", cantando paesaggio e cucina, storie e sentimenti, uomini e fatti di "un angolo d’Europa chiamato Friuli", come lo definisce l’ultimo degli scrittori della famiglia, Stanislao, pronipote di Ippolito. Anche lui narratore e poeta, ma anche giornalista, fotografo, cineasta, ha condiviso con il prozio, al Castello, la stessa stanza che, un secolo dopo, gli fu data per pura casualità.
Una premonizione del mestiere di scrittore che avrebbe fatto?
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